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Storia

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Furono gli Etruschi a piantare vigna per primi in Maremma. Fin dal sesto secolo avanti Cristo nei campi che dal castello di Montemassi lungo il dolce pendio di colline si allargano verso l’azzurro di lapislazzulo del Tirreno, gli Etruschi avevano una delle più importanti produzioni enoiche.

Era il vino di Maremma che solcava sui veloci legni dei Tirreni le rotte del mondo di allora. Poi i Romani lo fecero diventare l’Ager Cosanus, la terra promessa a Bacco, dove producevano il vino che a Roma imbandiva le tavole imperiali.

Ed è sempre quel vino che Columella, Plinio e poi il Redi cantano come il “ sangue della terra”, una terra incantata, aspra, profumata di selva e di salmastro. Basti pensare che il Pian dei Bichi si estendeva su seimila ettari tutti coltivati. Siena qui faceva grano, i Medici cominciarono a ridare impulso alla vigna. In epoche più recenti scommisero sulla Maremma terra da vino alcuni pionieri come il Trecci, come Bettino Ricasoli e il fratello Vincenzo, come i principi Corsini.

Tant’è che destò meraviglia, come si legge in una documentazione dell’Accademia dei Georgofili di inizio ‘800, la presentazione ad un simposio dei cattedratici dell’agricoltura di un “capo di vigna di tre anni il cui ramo si estendeva in lunghezza dal suolo per ben 10 braccia” che corrispondono a circa 5 metri e mezzo dei giorni nostri.

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Memorabili restano le pagine dell’Imbrecciadori che parla della Maremma come dell’altra Toscana dove la campagna e soprattutto la vigna (e l’olivo) sono i cardini di un riscatto possibile di questa terra considerata un tempo malata, fatta di sudore e di fatica, sia che il lavoro fosse sopra la terra o addirittura sotto, in miniera, ma che, con la sua natura pur aspra dai forti contrasti e dai colori particolarmente affascinanti, mostra una grande capacità di sviluppo.